venerdì, 21 settembre 2007, ore 18:16

Scenografia cortometraggio HTCScenografia PubOrologio Don Chisciotte
marcotesta

venerdì, 21 settembre 2007, ore 16:13

LETTERA APERTA SALVO CARTELLO
 
Salvo cartello poiché il distributore di benzina che gestisco non è sempre aperto. Aggiungerei un salvo borsello per il numero crescente dei tentativi di furti e rapine e il mio cercar di pararmi. Ho affinato una certa tecnica in questo. Quando si presentano i malfattori di turno ho già pronte in tasca mentine già succhiate e bottoni di recupero. Che se hanno un minimo di senso dell’umorismo e comprensione per chi è similmente povero ridono e se ne vanno dicendo tenga il resto. Ora gli unici aventi possibilità di alleggerirmi devono essere armati di pistole o vertigini di tacchi a spillo. Per le pistole possono essere finte ma non mi sento di rischiare, mentre per i tacchi non c’è verso: spillano senza ritegno. Oltre ovviamente alle innumerevoli imposte che imperano, contributi proficui e pro-abbienti e prova tu a non versarli, oltre alle banche che ti privano di cinta i pantaloni e te la mettono al collo, e umanamente stringono, e ti sorridono, oltre ai commercialisti, ai premi assicurativi, che di premio hanno solo il nome e sei sempre più povero. E chi più ne ha più ne metta, anzi, a quanto pare: Chi meno ha metta pure per gli altri!
Consiglio a costoro quindi, che contribuiscono riuscendovi a mantenere me in perfetta linea quasi orizzontale, ad alleggerirmi dal peso di non saper come spendere i soldi, dal timore di esser derubato qualora mai ne avessi, dal cadere magari affetto da vanagloria ed elargire vantandomi, Consiglio a costoro dicevo, di non fermarsi a rifornire i loro mezzi al mio distributore, di evitare di posar occhi e mani sulla miseria dei miei conti, liquidi o correnti, se non pronti - a fare i conti appunto - ma con sferzate di umorismo, con tagli di parole, satira da sutura e scariche di virgolate, fin vedendosi trasformare le loro pagine di storia, da bianche in nere. Bianche si fa per dire. 
marcotesta
P.link ¦ commenti ¦ commenti (popup)
categoria : poesia, benzina

venerdì, 21 settembre 2007, ore 13:52

SE POI RINASCO FACCIO L’ALLIBRATORE
 
 
Certo stabilire con precisione quale libro sia stato più fondamentale che un altro non è facile. Quando avevo 12 anni, un tizio forse convinto che i libri dovessero librarsi liberi (sarà stato un antesignano bookcrossing) scaraventò un dizionario di Latino dalla finestra. Il tomo discendendo dal cielo come una manna donò libertà a panni stesi, confuse le idee di una mamma, e pure le mie al piano di sotto mentre sperimentavo legge di gravità - io ho sempre amato la scienza - rilasciando saliva affacciato alla finestra. Il colpo fu secco. E quasi a premiarmi per la mia dedizione alla fisica mi rimase aperto in testa a mo’ di cappello, che se avessi avuto tanto di pergamena in mano e non la sola menata in testa sarebbe stato come prendere laurea. La corsa in ospedale fu talmente repentina, il mio caro papà amava me e la corsa, che non fosse stato per l’emergenza il libro paga dei vigili avrebbe avuto un incremento di cassa fenomenale. Giunsi all’ospedale.
 
Appena entrai mi apparvero bende e garze e siringhe abnormi, e si udivano pianti e peti e atroci urla, da rendere nere le mie pagine di storia. Ma poi mi apparve la madonna. Le pagine ritornarono al colore originario, bianco come la mia innocenza, si fa per dire, e si tinsero subito di rosso, come l’intimo che immaginai sotto al camice dell’infermiera, vero angelo sulla terra. Era bellissima. La sua voce modulava e accarezzava anima. Non parlava, cinguettava. Gentile e musicale come uccelli nella foresta. Immaginai le sue corde vocali vibrare armoniose come rami che danzano sfiorati dalla brezza. Il suo petto era in fiore. Le sue labbra due ciliegie. Dio! Come mi sarei arrampicato su quella pianta. Solo le sue mani non erano gentili: mi accarezzavano solo la testa. Decisi allora di estendere  il mio dolore anche al collo e giù più ancora, ma senza nulla ottenere: l’infermiera era un angelo e non una quaglia. Mi accontentai quindi della visione e di qualche bacio sulla guancia, e da allora i miei sogni mutarono, persero ultima innocenza, s’innalzarono bramanti la vita, e all’altezza della stessa, s’innalzava pure la coperta. Ecco, quel libro mi cambiò la vita.
 
Ma mi domando: quel libro lo si può contare? Forse no, non può contare: non era un libro di matematica. Ma allora quali libri cambiano veramente il destino di vita? I libri che s’infilano sotto al tavolo quando balla e ci rende incerta la pietanza? I libri che per apparire interessanti certuni donano a una fanciulla per poi impaginarla? O quelli che si lasciano invecchiare forse convinti che ne guadagni il sapore, su un comodino o su una mensola? No, questi no. Cambierebbero la vita di acari e non la nostra. Ma forse anche la nostra. Non leggendoli cambia la nostra possibile futura percezione della vita, rimanendo irrimediabilmente la stessa. Ma quali allora? Quelli di cucina? Quelli contabili di un imprenditore se esaminati dalla finanza? Sono sempre più perplesso.
 
Credo che a me personalmente con i libri sia andata bene. A casa mia erano presenti quasi solo i fumetti, e quelli hanno le figure, e talune anche sexy. È andata meno bene a un mio amico però. Lui sì che può dire che i libri gli han cambiato la vita; o almeno una parte. E individuando pure quali, e senza esitazione.
 
Il poveretto si ritrovò obbligato a studiare geografia e anatomia del corpo umano in accaldanti pomeriggi d’estate, e non ricordo più quali altre materie, poiché bocciato in prima superiore. E mentre noi amici e la sua ragazza ci libravamo al mare, non di parole scritte ma volando incespicanti in secchielli e gambe al sole, da lui volavano solo sberle se non continuava a studiare. E le sue guance divenivano talmente calde e rosse di manate, e le nostre invece gioiose, calde e rosse sì, ma di sole. E mentre lui si atterriva per il destino beffardo noi a terra ci si buttava apposta per impanarci di sabbia. E tutti a correre sotto la doccia per veder la pelle riapparire, lentamente. E la sua amata com’era bella da vedere. E noi maschietti tutti intorno a dimostrarle approvazione. Il suo boy non c’era, qualcuno lo doveva pur fare. Lui dal canto suo si bagnava di lacrime al sol pensiero e di sudore. Gocce enormi sulle pagine gli cancellavano parole. E non gli hanno chiesto proprio quelle, poi, all’esame?! Riuscì a ripetere tre volte la prima superiore. Poi decise di lavorare. La sua ragazza nel frattempo lo aveva mollato, stanca di doversi fare consolare.
 
Ma io dico! La geografia non la si può imparare viaggiando? Saltando e librandosi dal tetto di un treno in corsa all’altro come ho visto in televisione? O in macchina con mamma e papà, va anche bene, purché con le cuffie e la propria musica e non obbligati a sorbirsi la loro distorsione di vane parole! O meglio ancora in treni e nascosti tra il bestiame, come nei western, così si eviterebbero anche i libri sul mondo animale. E in aereo? Sarebbe perfetto: più librarsi di così! Insomma, va tutto bene: basta vivere e viaggiare! E poi diciamocelo, per l’anatomia, non può bastare giocare al dottore?
 
Ora vi lascio, mi son reso conto di aver detto un sacco di cazzate, prometto di cambiar vita, allargo quindi le braccia e, mi libro dal balcone..;)
marcotesta
P.link ¦ commenti ¦ commenti (popup)
categoria : letteratura

venerdì, 21 settembre 2007, ore 13:46

L’angolo dei bisogni
A cura del dottor Killèr
 
PSSSHH. SCROLL. ZIP..!!
E fu’ subito lago. Fine.
 
Non temete. Niente di sconcio, tanfico e giallo. Nemmeno desidero destinare ad un uso marrognolo questo foglio di carta. Niente di ciò, malgrado il su titolo. Ma allora che cosa? Cosa vuol dire questo “pssshh. Scroll. Zip”? Semplice: è l’estensione di un File zippato. File che l’out dì, l’altro giorno per capirci in Italo-Turin-English, giorno peraltro all’insegna del fuori, OUT appunto, File che dicevo, nel pensare che scrivere in questo bianco di foglio mi è giunto al cervello. Cervello il mio, quasi elettronico. Di certo un po’ intronico. Ho poi dezippato. Ecco a voi quanto: creare in questa rubrica un angolo dove voi, noi, essi, dove i pazzi, dove i fessi, dove i d’amore cotti, i di astio lessi, dove i belli, dove i brutti, proprio tutti, in toto e in loco, si vuota il sacco. Sacco ripeto, non urinale. Scrivete quindi, apritevi, a me confessate i vostri bisogni, quelli più bassi, purché non di soldi, perché in quelli casi fo’ parte dei sordi, ditemi tutto, per filo e per segno, persino l’orrore, persino lo sdegno. Tutto! Che io vi assalvo. Ecco allora, la prima lettera giuntemi. Lettera rigorosamente falsa, non fate caso pertanto ai complimenti rivoltemi.
 
O Insigne Magnifico Egregio Dottore (meglio abbondare) O Illustre, Cervello, O Luminare, chi vi scrive è una massaia con il peso degli anni: gli anni vissuti a sopportar mio marito. Un incubo desto! Destro di fede! Sinistro di aspetto! E a letto la notte, mai niente nel mezzo! Un orso! Un bitorzo! Incapace di tutto! Sempre in pantofole. E quando lo chiamo, assai poco lesto. Sol quando lo chiavo, lo stronzo, allor viene subito. Ho deciso pertanto di ucciderlo. Almeno di polizza si renderebbe utile. Potrei – ho pensato – stratificare di cera il pavimento di casa, così quando arriva e mette pattine, scivola indietro e magari si ammazza. Ma quel bipede bolo, più largo che alto, con il culo che si ritrova, salverebbe la nuca battendo sfintere. E poi, non vorrei mi rompesse il mobiletto vicino alla porta regalato da mamma. No, no, così non si può. Buttarlo giù dal balcone nemmeno. Nel cadere quel bue farebbe assai danno. Nel migliore dei casi spaccherebbe il marciapiede, che a tutti appartiene, e non è un buon esempio di senso civico. Ma allora che fare? Come liberarmi di quell’obeso di inetto? Di inchilo? Di intollo? Potrei avvelenarlo. Ma con cosa? 6 kg di cozze di un mare in petrolio? Con cibi scaduti? Funghi sconosco? Vini in cartone ad un prezzo irrisorio? Oppure i 2 salti, i cibi McPaper, Paola e Chiara tutto il giorno? O un anno visione de il Grande Fratello? Non so. Forse così, bestia com’è, si accorgerebbe di nulla. Dovrei utilizzare veleni più forti. Ma temo di assistere nel corso di mortis, a tutta una serie di lingue e boccacce, rantoli e gemiti, rivolte di occhi; e io mi spavento. E poi.. chi mi assicura che la bavetta, che probabilmente gli uscirebbe di bocca, non mi rovini il divano, il tavolo, o il letto? Vede Dottore, sono molto confusa. La prego mi aiuti.

Firmato: Una stanca massaia, non poco ma assaia.
 
Cara massaia, ho letto attentamente la tua lettera, e hai tutta la mia comprensione. Ed è risaputo che Io, in quanto Dottore, comprendere savio. Ritieniti dunque Molto compresa. Povera cara, chissà quanti amari indigesti bocconi avrai dovuto ingerire. Quel bovino di tuo marito, deve avertene fatte passare davvero tante di pene. Per questo Io dico: pane al pane, pene al pene. E chi di pene ferisce, di pene perisce. Prepara quindi, considerato il periodo magari a Natale, uno bello pranzetto; vis a vis col maiale – il tuo porco marito – solamente voi due, a luminar di lumino, e poi spezie e poi vino, ma soprattutto, chili di Viagra a ripieno tacchino! Dubito il porco arrivi al mattino. Otterrai in questo modo sicura giustizia, la sua polizza vita, e finalmente, una buona scopata.
marcotesta